... la Fine è imminente... a te la scelta... fuggire o metterti comodo in poltrona a godertela! FACEBOOK: Aleks Kuntz... ma scrivimi che arrivi da splinder!


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damore di morte ed altre accadem
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Grafica: Sonia
Immagine: Virtical
Brushes: Ransie3
Da DeviantArt.

.giovedì, 18 giugno 2009.


D’Amore, di Morte e d’Altre Accademie

0002

La cornetta tornò al suo posto. Restò un attimo immobile, lì, a pochi passi dal gomito proibito. Ripensò alla seduta interrotta bruscamente… ripensò immediatamente alla mezza seduta che giaceva nel water… senza che avesse scaricato. Poi il suo pensiero fu distratto ancora una volta. Un ronzio, continuo, sommesso, fastidioso. Nella tasca destra del suo pantalone qualcosa si muoveva, si agitava, protestava per essere degnata di un minimo di attenzione. Il vibracall del suo telefonino cellulare gli titillava impazzito il pelo incarnito sotto la fodera della tasca. Qualcuno gli stava telefonando. Tasto verde, comunicazione aperta… senza nemmeno accorgersi di aver cavato di tasca il cellulare ed averlo portato più o mno all’orecchio. Nemmeno un secondo, neppure uno… semplicemente già il raspare di una voce quasi sommessa “D’Agostino? Ti prego corri immediatamente qui… nel mio ufficio…” e la telefonata si interruppe così, bruscamente… esattamente com’era arrivata.

Il professore non aspetta…

Cercando di ritirarsi su le brache nella maniera più consona, risistemarsi e rendersi presentabile, si era quasi dimenticato del mezzo servizio a cui aveva lasciato la sua seduta. Il professore non aspetta… ripetè quella frase sorridendo, mentre le gambe si muovevano scomposte per far calzare meglio i calzoni, buttando i piedi un po’ più in là del suo passo. Il professore non aspetta… e si sentiva quasi uno dei piccoli villain di un fumetto anni ’60 mentre a cavallo corre verso l’antro del supercattivissimo di turno. Ancora qualche passo… in direzione del gomito che girava verso l’ala di quelli che stan su nella catena gerarchica ed alimentare. Oltre quel gomito… le colonne d’Ercole. A pensarci bene la porta del professore era semplicemente un metro e mezzo prima di quel gomito. Non avrebbe potuto vedere cosa c’era oltre quella barriera immaginaria impenetrabile… ma almeno una sbirciatina oltre l’angolo… quella sì. Mentre il mezzo servizio rimasto veniva ricacciato su a pugni nel sedere – prima colpetti, poi mazzate sempre più decise – cominciò a farsi la domanda più sensata: cosa diavolo vorrà il professore da me? Non mi ha mai chiamato in queste sei settimane, mi saluta solo per sbaglio … la maniglia fu a tiro di dito in pochi attimi. La mano destra si strinse sul pomello, la sinistra diede una bussatina leggera… “Avanti!”. E dischiuse la porta…

Una poltrona in pelle girevole che gli volgeva le spalle. Una scrivania longitudinalmente posta a sinistra della figura, un’altra di fronte a lui, con la faccia rivolta al muro. Dal punto dov’era riusciva solo a scorgere la testa con i radi capelli brizzolati che coprivano in modo scomposto una pelata incipiente. Il capo lievemente ripiegato sulla spalla destra.
“Profes…” ma fu interrotto dal gesto chiaro della mano del suo interlocutore che ancora senza degnarlo di uno sguardo gli impedì di proseguire. La mano si mosse, le dita si contrassero quasi ad invitarlo a muoversi verso di lui. Fu allora che, spostandosi verso la sedia su cui il professore era seduto, si accorse che il cassetto superiore della scrivania davanti al vecchi era aperto… e che la testa del professore era inclinata in quel modo perché stava guardando… guardando lì. Non dentro il cassetto, attenzione… oltre… nello spazio buio che vive dietro i cassetti una volta che li si apre. “Lo vedi anche tu, vero?”. Muovendo ora la mano ad indicare quel che sembrava un buio pieno di significato.

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.giovedì, 11 giugno 2009.


D’amore, di morte ed altre Accademie

0001

Ore 14:18. Il corridoio lento, tinteggiato d’avana. Porte dozzinali occhieggiano da uno e dall’altro lato a cadenza alternata. Nessuna sembra aperta. Un alito di corrente d’aria, fresca ma non troppo, spazza da sotto a sopra facendo ogni tanto muovere in modo impercettibile fogli appesi qua e là su bacheche di finto sughero. Le piastrelle che ricoprono il pavimento,anch’esse avana, procedono a tentoni verso il gomito che svolta a sinistra solo trenta metri più in là. Dall’altra parte del corridoio, alla testa, un vicolo cieco che sulla destra guarda ai bagni degli uomini… oltre la solita porta di legno dozzinale, oltre la vetrata quadrata con un plexiglas smerigliato a sostituire la classica “luce” del vetro. Trenta, trentacinque metri di silenzio, noia e qualche foglietto spiegazzato che, impiccato per una puntina da disegno al muro, svolazza cercando con un alito di vento di librarsi in volo e sparire. Ed al fondo di quei trentacinque metri il gomito che segna un valico. Oltre quei trentacinque metri il confine dell’universo… o molto più semplicemente l’inizio di una nuova passeggiata, questa più elitaria, riservata ai soli soci del club “Siamopiùinalto (nella piamide gerarchica e, dunque, nella catena alimentare)”. Chiuso alla testa di quel corridoio… su quella che senza sorriso e senza ironia aveva più volte definito ideale casella del via in quel Gioco dell’oca ad arrampicata libera, rifletteva sul silenzio fantastico di quell’ora pomeridiana. Si chiese, quanto felice fosse in quel momento. Si rispose che il silenzio conciliava relax e che il relax era condizione irrinunciabile per una sana evacuazione. Era felice 85 su 100. Forse perché sapeva… sapeva perfettamente che qualcosa sarebbe arrivato presto a turbare la serenità di quel “momentosoloperme”. Lo sapeva… lo sapeva benissimo che sarebbe successo. Presto… presto di sicuro. Perché la fortuna e la sua posizione non erano un binomio. Nemmeno per sbaglio. E nemmeno per sbaglio qualcosa arrivò a turbare quel silenzio. Quella quiete. I fogli smisero di alzarsi pian piano lungo le pareti. Nient’altro.
Nessuno… nulla tranne un suono. Squillante… insopportabile. Alzò lo sguardo. Fissò gli occhi sul muro di fronte. “Università dei misteri… qualcuno è sparito proprio qui!”. Non si chiese chi l’avesse scritto. Pensò solo che adesso era felice 12 su 100. Perché la seduta era stata interrotta sul più bello. Perché qualcosa era rimasto dentro di lui… a metà. E perché oramai quel suono drammaticamente squillante gli feriva quasi i timpani. Si rese conto di non riuscire a resistere. Doveva farlo smettere. Era come se qualcosa di pungente gli si stesse facendo strada dai timpani fin dentro le trombe di eustachio… e più in fondo… oltre le membrane… sciogliendo tutto come soda caustica. Tappò le orecchie istintivamente. Non smetteva. Il fastidio non accennava a smettere… quasi che quei suoni fossero entrati in forma liquida e come soda caustica stessero corrodendo i canali dal di dentro. Con uno sforzo incredibile si mise in piedi. Si tirò su i pantaloni e le mutande… non fu troppo semplice. Non abbottonò nulla… cercò semplicemente di tenerli su muovendosi con le gambe più larghe. Quel suono doveva cessare. Seek and destroy… immediately!

I trenta passi più duri che si ricordasse. Verso il gomito a sinistra dal quale il suono proveniva. Mentre la coda del corridoio pareva restringersi ed allontanarsi, mentre il pavimento pareva ballonzolare sotto i suoi piedi… oltre che ubriaco si sentiva terribilmente infastidito. Il suono lo tormentava e assieme alla sgradevolissima sensazione di quel rumore insopportabile che nessuno faceva smettere… prese a farsi strada l’idea che qualcuno di quelli “piùinsu” potesse sbucare dal gomito a sinistra. E vederlo quasi in brache di mutande arrancare verso…

…quella scrivania per rispondere al telefono mentre chi avrebbe dovuto non era lì per farlo.

Tirò su la cornetta… non attese che ci fosse voce dall’altro capo… semplicemente pronunciò in fila le prime parole che quell’esperienza gli aveva regalato:

“Chiamate aiuto… ci hanno sequestrati… ci uccideranno tutti!” e mise giù.

Vergato da Scrivente su richiesta di AleksKuntz alle 15:31
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